Uber vs Taxi. La saga continua, ma la lobby è sempre la stessa (da rivedere per entrambi)

(@fsopengate) La “bomba” l’ha innescata lunedì su Repubblica (in un pezzo a firma del bravo Fabio Tonacci) Carlo Tursi, il nuovo general manager per l’Italia di Uber:

“A dicembre lanceremo a Roma un servizio di ride sharing dedicato al Giubileo. Non solo: faremo lavorare gli Ncc (noleggio con conducente, ndr ) che non hanno la licenza nel comune dove operano”.

Una decisione giustificata così, di fatto considerando “irrilevanti” le regole esistenti a livello nazionale e locale in relazione agli NCC:

“Quando siamo sbarcati a Roma nel maggio 2013 avevamo dato l’accesso a Uber solo agli autisti autorizzati dal Campidoglio. Poi però c’è stato un boom di domanda e in meno di un anno i guadagni dei nostri partner sono raddoppiati. Oggi la maggior parte degli Ncc romani lavorano con noi, ma non bastano più, tant’è che negli ultimi quattro mesi siamo riusciti a soddisfare solo un quarto delle richieste degli utenti”.

Una dichiarazione di guerra (su cui si è notato il silenzio dell’Ignaro Marino, soprannome datogli in un editoriale dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio) che ha inevitabilmente provocato la reazione dei tassisti romani, che senza andare troppo per il sottile hanno risposto (Nicola Di Giacobbe, segretario generale di Unica taxi Cgil)

“Occuperemo San Pietro e le piazze romane del Giubileo, le stazioni e i punti nevralgici della città. Impediremo a Uber di farci concorrenza sleale”.

Il tutto scoppia un po’ all’improvviso (anzi, no), visto che dopo l’addio a Uber (forzato? Tursi parla però di risoluzione “consensuale”)  di Benedetta Arese Lucini – in passato vergognosamente minacciata a Milano – avvenuto a seguito dell’irruzione dei tassisti ad una cena (legittima) con l’Intergruppo per l’Innovazione, molti avevano avuto l’impressione di un possibile cambio di strategia da parte della app americana che sta contribuendo a cambiare la mobilità urbana in tutto il mondo.

Ma il momento è topico. Da ieri, infatti, dopo la pausa estiva, è ripresa a Montecitorio (nelle commissioni Finanze e Attività produttive) la discussione sul ddl Concorrenza. Restano da votare – scrive Public Policy – gli emendamenti a otto articoli: 18 (sulle Poste), 22 (carburanti), 23 (costo chiamate assistenza clienti), 24 (confronto tra servizi bancari), 25 (polizze assicurative accessorie), 26 (avvocati), 31 (attività professionali in forma associata), 32 (farmacie). Più alcuni articoli aggiuntivi, tra cui anche quello che riguarda il trasporto e che potrebbe interessare Uber.

E non è un caso che ieri a Palazzo Chigi prima e al PD dopo si sia tenuto un incontro istituzionale che ha visto la partecipazione di due pezzi da 90 della lobby Uber. Il primo è David Plouffe, ex stratega delle campagne elettorali di Obama e responsabile per  global policy, communications e branding. Il secondo è Mark MacGann, lobbista di lungo corso e di notevole spessore,arrivato a Uber a settembre 2014, che in passato ha guidato government affairs e public advocacy per NYSE Euronext a Bruxelles, e che da Associate Partner nel Brunwick Group si è ritrovato per due anni insieme a Erika Mandraffino, attuale Senior Vice President Media Relations and Publications di Eni.

I due ieri sono stati “beccati” dai tassisti, che hanno di nuovo reagito duramente con un comunicato, sbagliando però bersaglio: non è certo parlando demagogicamente di “vergognosa opera di lobby ” (perché, i tassisti non sono una lobby?), né accusando i parlamentari o membri del Governo di “a che titolo abbiano accolto dei dirigenti di un gruppo societario privato” (forse i tassisti non sanno che le istituzioni sono tenute a farlo e fanno anche bene?) che potranno ottenere risultati rispetto alle sacrosante richieste di regolamentazione nei confronti di Uber. Hanno invece ragione su un punto: l’assenza di trasparenza della lobby è un male per tutti  e dà luogo a sospetti inevitabili. Vero che non esiste una norma al riguardo, ma la questione sarebbe risolvibile con un po’ di comunicazione e qualche confronto più aperto (magari prendendo ispirazione da queste proposte di Massimo Micucci indirizzate al presidente della Camera Boldrini, noto censore dei lobbisti).

Comunque, in qualche giorno si capirà l’indirizzo che prenderà la maggioranza in Parlamento, e il Governo, su questo tema. Certo è che entrambe le parti di errori ne hanno commessi a iosa (sì, sì, lo so che è facile giudicare dall’esterno e che ne faccio anche io…). I tassisti facendo unicamente muro e conducendo una lobby che poteva andare bene negli anni ’90 (Bersani chi?), quando però c’era anche un centrodestra compatto sulle loro posizioni. Oggi è invece completamente mancato un loro ruolo propositivo (quantomeno non è emerso). E questo ha solo causato danni ulteriori alla situazione.

Dall’altra parte Uber ha utilizzato un approccio aggresivo, disruptive come la sua fantastica app. Solo che lo ha fatto in un paese ingessato, che ha sempre gli anticorpi pronti a mal reagire a situazioni del genere, tanto più in un settore in cui c’è un pesantissimo ruolo degli enti e della politica locale, per la quale non basta Matteo Renzi che definisce Uber “un servizio straordinario” ouna stampa schierata a favore. E invece di andare alla ricerca di regole che avrebbero consentito un ingresso progressivo , ha cercato di aggirare il muro con un braccio e di abbatterlo con l’altro, sino ad ora fallendo nell’obiettivo. Un errore, a posteriori.

Un errore che sta infatti cercando di evitare in Cina (duro avere a che fare con un paese non democratico eh?). Anche lì in realtà l’avvio è stato aggressivo, ma la concorrenza oltre che dei tassisti regolari, aggiunta a quella locale dell’app Didi Kuaidi – oltre alla reazione delle autorità locali cinesi – hanno fatto cambiare idea a Travis Kalanick, il fondatore. Questi infatti, secondo quanto emerso sulla stampa, in un incontro pare si sia mostrato molto duro, all’americana, col competitor locale. Ma la strategia non ha funzionato, anzi. E oggi sul Financial Times si legge dello stesso Kalanick che alla Baidu World supera alcuni paradigmi classici di Uber (il famoso essere disruptive) preferendo argomenti come “jobs, more jobs” (per gli autisti) ed “entusiasmo per rispetto delle regole” (ma questa parte l’agenzia “ufficiale” Xinhua non la riporta), oltre ad aver annunciato una partnership con la locale Baidu.

Un’inversione a U che forse Uber dovrà fare alla svelta anche in Italia, se non vuole rimanere bloccata nel traffico della regolamentazione. E che in parte dovranno fare anche i tassisti, costretti da tempo sulla difensiva, bravi anche a comunicarsi ma tuttora con sulle spalle un’eredità di anni di lotte spesso poco apprezzate dai cittadini, a causa di un servizio migliorato solo in parte oggi e grazie alla concorrenza proprio di Uber. Da parte loro servirebbero più proposte e meno proteste.

Nel frattempo, il traffico a Roma è bloccato. Come al solito.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *